... non è che abbia disdetto l'abbonamento a Internet.
Non ho nemmeno disinstallato tutto. Mi sono semplicemente disinteressata, volevo vedere se andavo in crisi d'astinenza!
Tutto bene, si, nessuna crisi....
Nel frattempo mi sono ributtata sui libri. E ho trovato un nuovo giocattolino: aNobii, che forse molti conoscerannno già, ma che per me era del tutto nuovo. Mi piace da impazzire, e penso che piacerebbe anche a Barbara, che, ricordo, aveva una bellissima libreria con i volumi ordinati per.. editore (Feltrinelli preferibilmente).
Mi trovate qui, ferie a parte.

Da un po' ci penso, e non lo faccio mai. Non che il silenzio sia poi così diverso dal dire "adesso basta, non ho più niente da dire a nessuno, sono arida come una crepa in una zolla". Forse però è inutile continuare a tergiversare sperando che le cose cambino.
Qualche tempo fa prendevo in giro Silvia e la sua nuova passione per My Space. La ricordavo alzare gli occhi al soffitto di un bel ristorante e commentare estasiata: "Ecco, vorrei che il mio blog fosse così". Mi sono forse troppo accanita contro la sua fresca ingenuità, magari sotto sotto, in lei, vedevo un po' la me di qualche anno fa, piena di aspettative in ogni progetto, una che investiva tempo e risorse emotive in un diario virtuale, in miliardi di concorsi, in contatti con gente lontana.
Oggi mi sento un po' delusa da ogni cosa, e spesso stanca, svuotata. Scrivere non serve a niente, e non ho voglia di parlare. Lavoro tanto, probabilmente troppo, ma non è un pretesto valido. Ho prenotato le mie ferie per agosto in un bel posto dalla spiaggia bianca e l'acqua cristallina, ma non ci penso quasi, e il panico da valigia che sempre mi assaliva anni prima, ora mi lascia indifferente. Leggo poche e inutili cose che non mi si appiccicano addosso il tempo di un pensiero (unico aspetto positivo, ora leggere Fabio Volo mi sembra perdita di tempo). Non esco, il cellulare resta inutilizzato e vuoto, eccetto che per uno strano messaggio di mia zia Marisa, che farnetica di un temporale domenicale a Bossolasco. Non cucino nemmeno più, cosa che una volta adoravo fare, soprattutto nei momenti tristi.
![saracinesca[1]](http://files.splinder.com/d1aac006c04e5da3cfa3c4ac1a2679f5.jpeg)
Mi sono resa conto di essermi isolata, e forse questo è l'ultimo tassello che ancora manca, nel completare ciò che è il mio nuovo sistema per garantirmi annichilimento: abbasso le saracinesche, e chiudo il blog.
Dài, siate sinceri. Non avete perso nulla.
Non per andare altrove con un nuovo nome e una nuova casa, ma per zittirmi definitivamente, ecco il motivo per cui vorrei chiudere questo blog.
Che ci sto a fare qui, ormai?
L'autoterapia mediatica, ultimo scopo ancora addotto a pretesto per la vita di questo luogo, non mi soddisfa e non mi alletta più: lo scrivere di me, che sono orgogliosa e tirchia mentre mio fratello è servile e scialacquatore, e puntualizzare che nonostante questo mio padre adori lui e svilisca me, non mi aiuta. (NONOSTANTE, ho usato proprio questo termine. Forse avrei dovuto utilizzare GRAZIE A, in fondo esser tirchi e orgogliosi è una macchia!).
Potrei far sorridere con un post idiota e rapido, raccondando di aver cambiato lo sfondo desktop del mio pc con una veduta aerea di Bora Bora, e il mio nipote scemo (non bambino, proprio SCEMO), passando, mi ha chiesto se era l'isola di Gorm. Purtroppo, interventi di questo tenore mi ricordano soltanto quando mi si svampò il pc e il relativo post stupido finì in home page della mia vecchia "casa di blog" virtuale - mi vergogno ancora adesso.
Potrei rievocare l'infanzia parlando di quel bel gioco che faceva Jocelyn in tv, si chiamava "Conto su di te" e c'erano delle persone che, disturbate da vento, galline razzolanti e amenità varie , dovevano contar soldi e non sbagliare il saldo. Sono molto immedesimata in quei poverini, ora: ho anche preso il mio primo 50 euro falso, e ci ho messo una settimana prima di riuscire a dirlo qui, pubblicamente.
Ecco, forse il blog serve ancora a qualcosa. A mandar pubbliche maledizioni a quel pezzo di stronzo che me lo ha rifilato.
Per ora, non chiudo.
Già me ne parlava Simona durante la festa di fine anno dell'asilo, il che significa che ci ho messo il mio tempo, nel risolvermi a provare. Allora, liquidammo il discorso con l'affermazione fatta en passant dalla mamma snob di turno: oggi la ricostruzione delle unghie la fanno tutti, la vera alternativa è averle vere.
Ho colto l'occasione dell'invito a nozze come invito a nozze per la mia prima volta dall'estetista: quel mondo mi è rimasto quindi sconosciuto fino a un mese fa, lo dico senza vergogna perchè, tralasciando i massaggi anticellulite e le cure dimagranti (che magari mi servirebbero, ma vi ho sempre nutrito scarsissima fiducia), con cerette smalti e trucco me la son sempre cavata egregiamente da sola: via i peli e via il trucco, acqua e sapone et voilà.
Questa volta però volevo cimentarmi, e non sapevo nemmeno dove andare: dopo una prima occhiata scoraggiata alle pagine gialle, dopo aver accantonato il passaparola di amiche e conoscenti, mi sono infilata in una viuzza laterale al corso, sono entrata in un negozietto con l'insegna rosa al neon e ho preso appuntamento. Angela aveva le mani con le dita tozze e alcune unghie spezzate, lì per lì ho pensato che non era un bel biglietto da visita per il suo lavoro, poi però mi ha presentato Tata Francesca, che in realtà non si chiamava così, ma somigliava in maniera impressionante al personaggio televisivo del telefilm La Tata.
Tata Francesca, vent'anni veri, senza le bugie della sua sosia televisiva, sfoggiava un centimetro buono di French color rosso sangue di piccione con brillantini, platealmente false. Quando ha iniziato il suo lungo lavoro (un paio d'ore, per essere alla prima volta ho recuperato gli arretrati) si è dimostrata dotata di stesso quoziente intellettivo ed argomenti di conversazione del prototipo della manicure da film e telefilm, ed io nell'imbarazzo più completo le ho dato (quasi) carta bianca.
Così, sono rientrata a casa con una french classica, bianca e trasparente (scampata ai brillantini), ma di una lunghezza importabile, tanto che dopo, in ufficio, tutti mi buttavano gli occhi addosso per via del rumore che facevo nello scriver fatture o preventivi (un pc con l'audio della Lettera 22 non è da tutti). Mio marito faceva analogismi con certi film discinti in cui le segretarie fanno ben altro che battere a macchina.
Dopo due giorni avevo la prima scheggiatura sulla base di un'unghia, da me nervosamente tormentata fino a diventare rottura con spaccatura dell'unghia vera di sotto. Sono tornata per la riparazione "d'urgenza" il sabato mattina, dove ho avuto un incontro imbarazzante con un mio ex dipendente (marito di Angela.... per fortuna nessuno mi riconosce mai). La mia unghia spezzata pareva impossibile da recuperare senza appuntamento per la settimana successiva.... ma alla magica parola "oggi ho un matrimonio" mi si sono subito aperte le porte del paradiso dell'intervento immediato. (E non ero nemmeno la sposa..)
Dopo dieci giorni il mio occhio ormai esperto notava tutte le unghie rifatte di amiche, vicine, conoscenti, clienti, passanti, e cominciava a trovare insopportabile lo scalino della ricrescita vera.
Francesca mi aveva detto "ripassa tra tre settimane", ma io non ce l'ho fatta: al giorno 14, armata di tronchesine, denti, forbicine e solvente, ho strappato via tutto. Ora scrivo che è una meraviglia, e mi ritrovo ad ammettere che l'amica di Simona aveva ragione. Guardo le mie mani più nude che mai, e mi sento affrancata da quella che poteva diventare una pericolosa dipendenza... Il rito quotidiano della riparazione..
Mio marito sogghigna: lo so, vorrebbe esternare il suo "te l'avevo detto", ma si trattiene: anche senza artigli si può graffiare per bene.
"Ripassavo" il film scelto per ubbidire a Pim e alla sua blog-catena, che richiedeva di scegliere un personaggio di un libro e un personaggio di un film di cui vi innamorereste, e mi si sono riproposte alcune riflessioni. Iniziamo con il film.
Io avrei scelto Il paziente inglese, ed il personaggio del conte Almasy, che intreccia una relazione con Katherine, già sposata. Nel loro primo incontro, lui le strappa i vestiti, poi però glieli ricuce. Le regala un ditale, però ripieno di zafferano. L'abbandona ferita in una grotta, però affrescata. La lascia lì a morire, però la ricorda per tutto il tempo del film.
(Ho scelto bene la mia storia?)
La prima volta che si incontrano, lei afferma di odiare le bugie (però è già nei guai fino al collo). Lui, per tutta risposta, dichiara di odiare il possesso, e le chiede di andarsene, e di dimenticarlo ("se un bel giorno passi di qua lasciati amare e poi scordati in fretta di me, che quel giorno e' gia' buono per amare qualchedun'altro", che déja vu).
Naturalmente si prendono ancora, anche nel giorno del di lei primo anniversario di nozze (di carta), quando passa la giornata, e tutta la notte, in casa dell'amante, mentre il marito attende, sotto casa e di nascosto, con un foglio di carta velina ritagliato a cuoricini, di vederla rincasare.
Flebilmente, tra le lenzuola, Katherine afferma "qui è un altro mondo. Qui sono un'altra moglie". Entrambi sorvolano sul fatto che in tutti e due i casi si tratti di una moglie che non è capace di cucire.
Questa scena, come quella, di un altro film, in cui Diane Lane corre trafelata dopo essersi dimenticata il figlio per stare con il giovane amante, può passare inosservata a tutti, tranne che a quelle persone che:
- sono state traditrici
- non sanno cucire
(Io non sono mai stata capace di rammendare nemmeno un calzino)
O.S.T.: Non è tempo per noi, Luciano Ligabue, perchè "dicono che noi ci stiamo buttando via, ma siam bravi a raccoglierci"
S'è sposata. 
Con il cambiamento di chiesa dell'ultimo momento, e tanta strada in macchina.
Con il bouquet di rose e fresie, l'abito bianco, il prete che leggeva la parabola del seminatore anche se avevano scelto le nozze di Cana, e come sempre, comunque, ricordava "finché morte non vi separi".
Con gli anelli impigliati su un cuscino di seta a forma di cuore, la bambina che chiamava "mamma" tra i parenti dello sposo seduti tutti a destra, e noi due testimoni a sinistra cercando di non pestare lo strascico, cercando di non piangere che i matrimoni non so perchè ma mi viene sempre la crisi, solo che stavolta ero in prima fila e contavo i capelli al prete che non capivo cos'aveva da sogghignare, e piangendo mi è colato pure il trucco a cui non sono abituata.
O forse è stata la pioggia.
S'è sposata, con la pioggia battente appena usciti, e la piazza piena di riso pesto e fradicio, gli invitati con gli ombrelli e le foto sul sagrato, poi di nuovo la strada in macchina, e la villa e il catering, e gli affreschi, e le foto, e i tavoli con i commensali sconosciuti, con i flash e i coltelli a tintinnare tra i bicchieri, i bambini stremati, addormentati con la testa appoggiata sulle braccia conserte e infine grazie per la bella festa, congratulazioni, e buonanotte, presto in auto, che piove.
Si è sposata.
Con la giarrettiera col fiocchetto blu, e gli orecchini che le avevo prestato la sera prima, e qualcosa di nuovo, e qualcosa di vecchio, anche qualcosa di comprato.
E niente perle, perchè portano lacrime. Solo pioggia.
Cade la pioggia e tutto lava
cancella le mie stesse ossa
Cade la pioggia e tutto casca
e scivolo sull’acqua sporca
Si, ma a te che importa poi
rinfrescati se vuoi
questa mia stessa pioggia sporca
Dimmi a che serve restare
lontano in silenzio a guardare
la nostra passione che muore in un angolo e
non sa di noi
non sa di noi
non sa di noi
Cade la pioggia e tutto tace
lo vedi sento anch’io la pace
Cade la pioggia e questa pace
è solo acqua sporca e brace
c’è aria fredda intorno a noi
abbracciami se vuoi
questa mia stessa pioggia sporca
Dimmi a che serve restare
lontano in silenzio a guardare
la nostra passione che muore in un angolo
E dimmi a che serve sperare
se piove e non senti dolore
come questa mia pelle che muore
che cambia colore
che cambia l’odore
Tu dimmi poi che senso ha ora piangere
piangere addosso a me
che non so difendere questa mia brutta pelle
così sporca
tanto sporca
com'è sporca
questa pioggia sporca
Si ma tu non difendermi adesso
tu non difendermi adesso
tu non difendermi
piuttosto torna a fango si ma torna
E dimmi che serve restare
lontano in silenzio a guardare
la nostra passione non muore
ma cambia colore
tu fammi sperare
che piove e senti pure l’odore
di questa mia pelle che è bianca
e non vuole il colore
non vuole il colore
no..
no..
La mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
scrivi tu la fine
io sono pronto
non voglio stare sulla soglia della nostra vita
guardare che è finita
nuvole che passano e scaricano pioggia come sassi
e ad ogni passo noi dimentichiamo i nostri passi
la strada che noi abbiamo fatto insieme
gettando sulla pietra il nostro seme
a ucciderci a ogni notte dopo rabbia
gocce di pioggia calde sulla sabbia
amore, amore mio
questa passione passata come fame ad un leone
dopo che ha divorato la sua preda ha abbandonato le ossa agli avvoltoi
tu non ricordi ma eravamo noi
noi due abbracciati fermi nella pioggia
mentre tutti correvano al riparo
e il nostro amore è polvere da sparo
il tuono è solo un battito di cuore
e il lampo illumina senza rumore
e la mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
ma scrivi tu la fine
io sono pronto
Negramaro
(testo di Giuliano Sangiorgi e Jovanotti e musica di Giuliano Sangiorgi)
(Immagine: Marc Chagall, Gli sposi della Tour Eiffel)
In un vecchio abito azzurro, slabbrato sul seno e con un paio di scarpe bianche di vernice con tacco (per me) vertiginoso cucino l'arrosto.
- Stai cercando di sedurmi?
- Manda il bambino dai nonni e poi vediamo.
(In realtà stavo solo cercando di riabituarmi a camminare con i tacchi prima del matrimonio di sabato prossimo) 
... sono l'orgoglio di mamma!


