
Eh, mica come la fede, che se diventa stretta la dimentichi nel vuotatasche accanto al monitor dell'ufficio per mesi, e non succede niente. 
Un diamante è per sempre. E non è poi così bello come sembra, lo slogan. Intanto, per sempre è un'abbreviazione, andrebbe letto così: "questo anello di diamante è il regalo che da adesso in poi vale per sempre: per tutti i compleanni, natali, onomastici anniversari a venire. Da adesso mi ritengo autorizzato a chiuder i cordoni delle borse, e visto che ci sono metto anche in soffitta il cervello, perchè non mi dovrò più spremer le meningi per il pensiero".
Infatti, dopo quello addio regalini, che mica l'ho chiesto io di disinvestire le quote del fondo per comprarmi 'sta cosa impegnativa, io mi accontenterei delle rose, dei cioccolatini, del paio di scarpe, della tovaglia nuova per la cucina, della borsa, ma va bene anche un cd o un libro, basta che mi dimostri che mi pensi e che ti ricordi di ciò a cui tengo! Troppa fatica, lo so..
Poi, attenzione a quel che dici quando qualcuno osserva il brillìo e si incuriosisce sulla ricorrenza: quello NON E' l'anello DI tuo figlio, quello è l'anello che hai sentito il dovere di portarmi in ospedale il giorno che è nato nostro figlio, io in penombra bianca come il lenzuolo e con la flebo nel braccio, immagonita per il piccolo in incubatrice che dopo mesi di attesa nemmeno ero ancora riuscita a vederlo in volto, me l'han tolto dalla pancia e portato via senza mostrarmi e dirmi niente, solo la mano di un'infermiera che mi asciugava la lacrima che colava nell'orecchio. E tu pensi che sia bello farmi passare l'anniversario di matrimonio, sette giorni prima, facendo finta che non sia la coppia l'inizio di una famiglia, e saltando a piè pari pure gli auguri, perchè tanto, poi, sette/otto giorni dopo si fa una ricorrenza cumulativa?
Ecco cos'è per sempre. I ricordi spiacevoli. Oltre al problema di fare attenzione a non perderlo o dimenticarlo in giro, a nasconderlo in un posto sicuro se vai via, a sfoggiarlo ogni tanto invece di farlo ammuffire da qualche parte.
Alla fine, l'unica utilità dell'anello col solitario, piazzato all'anulare a rimpiazzar la vera troppo stretta, è quella che vien comoda in caso dimanrovesci, appuntito com'è.
Piccolo particolare, dovrei esser mancina.

Immagino di tirar fuori i 50 centesimi dal portafoglio per prendere il carrello, e poi varcare l'ingresso del supermercato, dove mi attende in agguato, subito dietro le porte scorrevoli, il getto dell'aria condizionata.
Perdo concentrazione e così mi trovo costretta a ricostruire mentalmente il primo scaffale, quello della frutta e verdura in offerta, e poi via via, in un ordine prestabilito da chissà quali studi di marketing e merceologia, frutta, ortaggi verdi, legumi.
Mi impegno nel non dimenticare, subito a sinistra, il banco dei salumi, e a sinistra ancora, i cesti per il pane, però la stanchezza mi coglie, il pensiero volontario mi abbandona, le membra diventano molli e i sogni iniziano a percorrere le loro strane strade, indifferenti al mio buffo sotterfugio per evitarli.
A. mi trova lì, appoggiata al carrello che diventa un trolley, agitata e balbettante come in realtà non mi è più capitato di essere, ma lui così mi ricorda e mi vedrà per sempre-sempre che si ricordi, non ho scampo, sembro la casalinga sfortunata che non riesce a comprare due etti di prosciutto crudo.
Non ci penso spesso, quasi mai. Sono passati tanti anni e mi convinco sempre di aver metabolizzato ove non rimosso, come capita quando la mamma racconta, a pranzo in campagna a casa di zia Marisa, gli aneddoti dei miei esperimenti culinari di bambina, e ricorda la nostra vecchia cucina in formica bianca della nostra vecchia casa in centro, tutta annerita da una pentola dimenticata sul fuoco. Non ricordo più quell'episodio e vorrei non ricordarmene più anche altri, ma questi invece mi piombano indesiderati nelle notti ferragostane.
Proprio ad agosto, poi: cosa c'entrano le ferie, quelle tre settimane all'anno tanto attese con buon auspicio di lunghi sonni privi di sveglia mattutina? Perchè non settembre, che perlomeno seguirebbe un logico filo del ricordo? Non so cimentarmi in alcuna predizione numerologica, il compleanno del mostro, il numero della bestia, la congiunzione astrale? Una cosa, so.
Quando il clima afoso bruscamente cede il passo al primo temporale settembrino, e il termometro si incaglia più in basso, di colpo i sogni ribelli mi abbandonano, la valigia che comunque non avevo ritorna ad essere un carrello, e l'aeroporto ridiventa supermercato, mi resta l'eco di una Cenerentola abbarbicata su un coccio di zucca, il sonno notturno torna tranquillo e la quotidianità stantia ricomincia ad avvolgere tutto intorno.
Come l'odore vecchio e immoto delle trapunte damascate, delle foto in bianco e nero in corridoio e dei quadri a mezzo punto di una casa per vacanze in Alta Langa, immobili fino alla prossima estate, alla prossima vacanza sospesa nel tempo e sepolta nei ricordi, negata all'ovvio con due chili di pesche e un cespo di lattuga.
Ecco l'ultima lettura per l'estate, anche se ormai, per colpa delle ferie iniziate, non ricordo più se mi mancava ancora un libro da consigliare o un libro che vorrei leggere. Diciamo allora che potrebbe essere tut'e due le cose, lettura e consiglio...
In verità non è un libro, ma è una storia che si dipana nei meandri della rete; è una storia che avevo iniziato a leggere, ma che non ho mai terminato, forse anche perchè non esiste una fine, finchè nessuno vorrà scriverla, e anche allora potrebbe non finire: come nelle migliori telenovele, potrebbe essere stato tutto un sogno!
Inizia di sicuro qui, poi continua un po' qui, come in un tentativo di rilegatura fascicoli, successivamente la storia migra, e io riallaccerò la mia lettura qui, e qui.
Passo e chiudo, buona estate a tutti.

Questa poesia, per introdurre uno dei "5 libri per l'estate" che mi ripropongo di leggere: Inventario. Poesie 1948-2000, di Mario Benedetti.La mia amica S., che recentemente ha scoperto il mio blog e ha iniziato a leggermi, dice che non dovrei vergognarmi di questo angolo, e che dovrei forse sfruttarlo di più. Il punto è che ormai mi sono resa conto fin troppo bene del vizio di questo meccanismo: finisco per sfogarmi, anche solo quel poco, liberandomi di qualche parola che dentro mi avvelena, sapendo che i più non coglieranno il senso, non raccoglieranno la parola chiave in mezzo a tante altre baggianate.
Di fatto, dopo aver scritto qui non mi confido più, anche se so bene che le persone con cui mi aprirei mi leggono. Evito persino di parlar loro apertamente di quanto di sicuro hanno già avuto anticipazione leggendomi, gioco al "so che tu sai" ma faccio finta di nulla, e soprassiedo anche sui miei principali motivi di malessere. Questo circolo vizioso non mi piace, ma non riesco ad estirparlo, è diventato un modus operandi per il mio disagio.
In più, mentre iniziavo a coltivare seriamente l'ipotesi di andare a sedermi su qualche divano comodo, per tentare perlomeno di iniziare a fare il punto su qualcuno dei miei rapporti irrisolti con gli altri e con la mia vita, intorno a me hanno iniziato a sentirsi tutti male. Un monito, forse. Un mesaggio subliminale che mi invita a lasciar perdere i patemi per dedicarmi a problemi più concreti, la ricaduta depressiva di mio padre o il mal di schiena sospetto di mio marito.
Quest'ultimo ha ricominciato a scrivere fitto (chissà che non dica le stesse cose di me) e a nascondere le videate dei suoi files di word al mio passaggio. Anche lì è scattato il meccanismo tarato: una rapida ricerca tra i salvataggi delle fatture elettroniche, e una memoria di ferro ma selettiva (di ferro per ciò che voglio, arrugginita per molte altre cose) per la password, non cambiata in tanti anni. Ora so.
Così ho ricordato che non solo fa male essere letti quando non ce n'è il desiderio, ma anche dà dolore (ri)scoprire gli aspetti nascosti che non avremmo facilmente immaginato tra le pieghe del carattere di chi è più vicino. Io so, che tu sai, che io so.
Però facciamo tutti finta di niente.
Ecco quindi che mi viene in mente il primo libro che vorrei consigliare per l'estate (a Biz lo dovevo, se non altro per gratitudine): La chiave, di Junichiro Tanizaki, già ribattezzato "Un diario che diventa ossessione", inquietante e non così erotico come vuol far apparire l'omonimo film deturpatore girato da Brass.
"Ai ricordi non importa dove si trovano, anzi, si fanno beffe del corpo".
Lettera, Raymond Carver
Mio padre sta di nuovo male.
Ha iniziato a ripescare pillole dal solito blister di qualcos-etina, la mattina si rifiuta di rimanere a casa ma alle otto e mezzo già vaga, si lamenta degli occhiali nuovi, che non lo fanno vedere; oppure inveisce contro l'otorino che non lo aiuta a sentire di nuovo bene.
Per contro, quando si taglia o ammacca, e viene a farsi medicare da me, ha un'aria diversa, se la prende con se stesso con fare abbattuto, quasi mortificato, e mi fa pena vederlo così.
Certo, so che il suo è un male ricorrente, che si può ripresentare. Possibile, però, che ogni volta io mi trovi più impreparata? Dovrei conoscere la situazione, ormai.
Invece, sento che mi manca la forza per aiutarlo, al contrario guardo mia madre, la vedo intenta a coccolarselo, preparagli ciò che ama per pranzo, accompagnarlo nelle piccole commissioni. E mi ritrovo ad ammirarla, ad indiviare la sua dedizione, la sua volontà. Certo, a volte si punzecchiano come Sandra e Raimondo, ma poi li vedo riappacificarsi di nascosto con un sorriso o un gesto scherzoso.
Io invece quando qualcosa non va mi incazzo senza motivo, rispondo male, mi isolo e magari mi metto a vagare a vuoto in rete. E piango. O tutte e due le cose. E mi sento sola. L'altro giorno parlavo con mia cugina, ramo-familiare-paterno, lei mi ricordava che è inutile nascondersi dietro un dito, certe patologie sono ereditarie, sono nell'aria. Mi dice di non fare la furba, che lei ha sempre trovato tempo e soldi per l'analisi, nel momento del bisogno. Io penso che non mi serva, in fin dei conti è solo un momento in cui ci sono troppe cose a cui pensare e troppa poca energia per adempiere alle incombenze.
Lei mi chiede dove andrò in vacanza e a me viene ripensare allo scorso Natale, a Zanzibar che per cinque giorni mi faceva solo piangere, tanto ero stanca e svuotata. E poi, quando ho iniziato a vedere il blu turchese del mare, il bianco splendente della spiaggia, è stata ora di ritornare al solito grigiore. Oggi sono di nuovo allo stesso punto, e chi me lo fa fare di passare ore e ore su un aereo, e poi giorni a guardare l'orizzonte senza sentire niente?
Esco. Vado al cinema, o a qualche lettura pubblica con la mia amica. Per qualche ora penso ad altro. Ognuno la prende come può, la depressione. Magari, decidendo che è solo colpa dell'ormone della tiroide, il cui dosaggio andrebbe aumentato. Potenza della suggestione: una piccola e mezza e non si piange più. Almeno per oggi. E' vero, allora, quel che dice Woody Allen? "La psicanalisi è un mito tenuto vivo dall'industria dei divani".
Oppure, bisognerebbe attualizzare le citazioni. Ci starebbe bene un "Dio è morto, Michael Jackson è morto, e anche io non mi sento tanto bene".